Fogli di via
I FOGLI DI VIA hanno il timbro delle Questure, le firme di Questori e Vice Questori, proprio come questo libro scritto da un vice questore, i cui protagonisti sono donne e uomini con volti e sentimenti, concretezza e tenerezza, responsabilità e solidarietà.
Il vice questore lascia il suo posto e passa dall’altro lato della scrivania e così nasce il libro che mancava, un libro che si legge tutto d’un fiato scritto per superare quella fase di stallo, di contrapposizioni e di pessimismo che non serve a nessuno e non costruisce futuro.
Il racconto prende il posto delle statistiche, fatte di numeri freddi e impersonali. In un crescendo coinvolgente porta a sognare un mondo le cui uniche frontiere invalicabili siano quelle dell’emarginazione del più debole, del diritto alla vita e del rispetto per tutti nella diversità delle culture.
Presentazione di Gad Lerner
Sapere che esistono ufficiali di polizia “armati” dell’umanità di Gianpaolo Trevisi, e capaci di scrivere storie belle come queste che state per leggere, non è di per sé motivo di stupore. Ci mancherebbe: gli uomini e le donne impegnati a garantire il rispetto della legalità e della sicurezza pubblica vivono su una speciale frontiera della condizione umana dov’è impossibile restare a lungo indifferenti. O per legittima difesa anestetizzi i tuoi sentimenti, oppure sviluppi una sensibilità dolente, speciale, difficile da reggere.
Vorrei spiegarvi, allora, perché l’incontro con il libro del Vice Questore Trevisi suscita in me, niente meno, l’orgoglio di essere suo concittadino. Dà un perché al mio essere italiano.
Sì, italiano come lui, nonostante il nome che denuncia un’origine lontana. Nonostante abbia vissuto più della metà della mia vita senza una cittadinanza, e solo passati i trent’anni d’età il paese che così generosamente mi ha accolto abbia ritenuto possibile concedermi il suo passaporto. Guai a chi me lo tocca. Guai a chi volesse insinuare che sono “meno italiano” di lui!
A questo punto avrete capito quel che mi coinvolge e mi commuove nei racconti di Trevisi.
Li ho conosciuti anch’io i corridoi degli Uffici Stranieri delle Questure italiane. Ho trascorso ore e ore di fila per rinnovare il mio permesso di soggiorno, magari scordandomi il certificato necessario e implorando l’agente di turno di evitarmi il bis. Col nome storpiato all’anagrafe del Comune che dunque non corrispondeva. Con quella strana sub-specie di passaporto marroncino che la Convenzione di Ginevra assegnava agli apolidi neppure in grado di godere dello speciale status loro riservato.
Mi guardo bene dal fare la vittima. Non ho mai fatto la fame, né rischiato l’espulsione (dove, del resto?). Considero anzi una fortuna, un arricchimento prezioso, l’esperienza vissuta a contatto con gli altri cosiddetti stranieri e gli ufficiali incaricati di rendere il più legale possibile la nostra esistenza. Raccomanderei come profilassi dell’anima a ogni cittadino veronese, milanese, napoletano, romano di trascorrere un paio di mezze giornate nell’ambiente di lavoro di Trevisi. In molti cambierebbero atteggiamento.
Il processo mentale e l’espediente letterario che caratterizzano questo libro, si possono dire con parole diverse, tutte belle. Empatia. Simpatia. Sintonia. Compassione. Identificazione. Immedesimazione. Transfert. Ma per dirla in maniera più immediata, quella che ammiro in Gianpaolo Trevisi è la capacità di mettersi nei panni degli altri. Virtù essenziale per chi voglia comunicare efficacemente, ma anche per chi non abbia dimenticato il senso profondo del “prendersi cura”: attività che dovrebbe contraddistinguere l’essere umano come animale dotato dell’istinto della socialità. Ma che dovrebbe considerarsi addirittura doverosa in chi svolge funzioni di pubblico ufficiale nel campo della sanità, dell’assistenza, dell’insegnamento, della sicurezza.
Trevisi, badate, non è un poliziotto debole di stomaco che piange le sue vittime. È un ufficiale che ha capito come sia necessario, per fare davvero il proprio dovere, entrare in relazione con l’interlocutore, tanto più là dove s’instaura una relazione di potere. Il destino degli agenti di pubblica sicurezza è spesso quello di finire “in mezzo”, là dove si manifestano ingiustizie e sofferenze di un tessuto sociale sempre più afflitto dalle disuguaglianze. La consapevolezza lì “in mezzo” si rivela di mediazione preziosa.
Spero che tanti colleghi di Gianpaolo Trevisi leggano i suoi racconti e ci si identifichino. Non serviranno certo per classificarli fra i buoni e i cattivi. La letteratura, quando vale, riesce a farci capire i perché delle nostre reazioni. Trevisi non distribuisce pagelle ma lacrime e sorrisi.
Indice:
L’Africa in un cassonetto
La penna clandestina
Il volo sbagliato
Il profeta
Scacco al cavallo
Uno, due, tre
Il cantiere in un sacco
Il suono della vita
La fuga innocente
E fuori il mare
Il cuore di nuovo a casa
Il vino magico
La mummia
L’asilo di un colombiano
Un miao regolare
Almeno quaranta
Cinque metri quadrati in meno
I figli del mare

Novembre 27th, 2008 at 12:43
Faccio i miei complimenti all’amico Gianpaolo per il modo con cui ha descritto alcuni fatti della sua vita di funzionario di polizia.
Libro piacevole e interessante.
Per il resto, ciao Gianpo…
Roberto
Novembre 27th, 2008 at 13:50
ma di questo fantastico libro se ne è parlato anche sul mio blog.. dai un’occhiata al link..
http://johnnypalomba.wordpress.com/2008/09/21/palomba-consiglia/
buon lavoro!
Febbraio 12th, 2009 at 22:04
Un libro bellissimo, nuovo soprattutto. perchè di tutti testi che ho letto sull’immigrazione, questa viene narrata così com’è. Senza schierarsi dalla parte del difensore dei diritti umani, o dalla parte per la quale i diritti umani sono prima i nostri. Raccontare è un pò come esorcizzare il dolore delle storie che incontriamo, storie difficili a cui ci chiedono soluzioni che non riusciamo o non vogliamo dare. Un libro in cui gli immigrati non sono solo i poveracci e/o i furbi ed i polizziotti non sono gli esecutori senza pensiero.
Gennaio 17th, 2010 at 14:20
Il racconto “Uno, Due, Tre…” è a mio parere il più bello di tutti.
Febbraio 11th, 2010 at 14:02
buongiorno Gianpaolo,
il caro amico mihai mi ha consigliato il suo
libro…
lo sto leggendo in radio cooperativa…
la ringrazio molto la sua umanità mi fa sperare in un modo di giustizia.
sandra lazzari
Marzo 12th, 2010 at 11:21
Ciao, Gianpaolo,
sono una volontaria e collaboro ad uno Sportello Stranieri dove, con l’aiuto di due avvocati, anche loro volontari, aiutiamo stranieri difficoltà con le procedure di regolarizzazione. Molte storie le ascolto anch’io e ti dirò, spesso e volentieri vado a casa con un nodo in gola. La mattina me ne torno al mio impegnativo lavoro di progettista di rete presso un operatore telefonico, ma quello che lo rende più pesante è l’ignoranza e l’indifferenza dei miei colleghi verso quello che succede a questi esseri umani. Ho appena finito di leggere il tuo libro e volevo ringraziarti perchè riesci a comunicare in modo semplice, non pesante, senza però attenuare il dolore e la sofferenza di queste persone. Sapere che ci sono persone come te allevia anche la pesantezza del mio ambiente lavorativo. Mi hai fatto venire in mente un poliziotto che molti anni fa mi aveva dato un passaggio per tornare a casa a Malcesine, sul lago di Garda, e mi spiegava la situazione in cui vivevano le prostitute che vivevano sulla statale S11. All’epoca ancora non facevo volontariato, ma mi aveva colpito la storia di esseri umani che raccontava il poliziotto e la sua profonda umanità. Un abbraccio, Marzia